Caro Holden ti scrivo

1, 2, 3, prova, prova. Yess. Yess. Tum tum.

Ok, funziona ancora. Mi sentite tutti? Anche laggiù in fondo? Anche tu? Scusa, puoi smetterla di masticare la cicca, per favore? Grazie.

No, niente, ho fatto la prova microfono perché sapete, dopo quasi quattro mesi che non scrivo più una riga qui sopra mi chiedevo se funzionasse ancora tutto o se si fosse rotto qualcosa. Invece c’è solo un po’ di polvere qua e là, ma quello è normale, vedeste quanta ce n’è in casa mia. E peli di gatto. Un sacco di peli di gatto.

Ma sto divagando, tanto per cambiare. Torno subito a bomba.

Tanto per cominciare, devo ringraziarvi tutti, ma proprio tutti. Non è mica scontato che un blog che resta inattivo per quattro mesi riceva quasi ogni giorno – ogni singolo giorno – mail, commenti, chat, persino messaggi sul cellulare da parte di persone che vogliono sapere come mai quel blog non sia stato più aggiornato, e quando ritornerà. “Perché DEVE RITORNARE!”. E non lo dico mica per tirarmela, mi avete scritto in così tanti, negli ultimi mesi, che non sono neanche riuscito a rispondere a tutti, e di questo vi chiedo scusa. Comunque vi ho letti, e mi ha fatto un gran piacere vedere che il piccolo Holden, inaugurato tre anni fa, sia riuscito ad ancorarsi così profondamente nei vostri cuori. Tanto da diventare quasi un mezzo brand, con la sigla familiare H&C. Che è molto, molto più di quanto mi aspettassi di ottenere il 3 giugno 2013, quando l’ho aperto.

Il 3 giugno 2013? Ma che, davèro? Eh sì, cacchio, tre annetti fa. Come passa il tempo quando ci si diverte. E qui sopra ci siamo divertiti un sacco, vero? Oddio, alcuni a volte mi hanno anche scritto per consigliarmi di andare a spaccarmi la testa contro un palo della luce (true story), o augurandomi altri tipi di morte, tutti vari e fantasiosi. Un tizio una volta mi ha scritto per farmi presente che non so leggere. La SIAE mi ha fatto una multa per aver utilizzato una foto di Faletti che girava su tutti i blog del mondo e che io pensavo fosse free e invece non lo era. E altre amenità del genere. Però mi sono sempre divertito un sacco a scrivere questo blog, e so che voi vi siete divertiti un sacco a leggerlo.

Solo che quando passa il tempo non ci si diverte soltanto. Succedono anche altre cose, che portano via tempo. E non sempre si riesce a fare tutto quello che si vorrebbe fare quando lo si vorrebbe fare. E le cose, ho sempre pensato, o si fanno bene o non si fanno. E questo è il motivo per cui negli ultimi quattro mesi Holden è rimasto spento: perché non avevo più la possibilità, tra impegni e altro, di farlo come avrei voluto farlo, come ho sempre cercato di farlo negli ultimi anni. E cioè, in sostanza, creando il blog che io avrei voluto leggere, se avessi avuto voglia di leggere un blog di letteratura americana. Un blog che non fosse noioso, e che cercasse di rispecchiare in sé i caratteri intrinseci e umorali di quella stessa letteratura a cui era dedicato. Un blog che dicesse sempre quello che pensava dei libri che leggeva, che non prestasse il fianco a tutti i favoritismi, le clientele, le partigianerie, la superficialità, l’hipsterismo di massa che stanno affossando, da molto tempo a questa parte, qualsiasi tipo di discorso onesto, sincero e proficuo su questa cosa strana e indispensabile che si chiama letteratura. A questo proposito, già che ci siamo ne approfitto per regalarvi un consiglio: il mondo dei libri fa già abbastanza fatica a mettere insieme il pranzo con la cena per se stesso, non pensate che, se diventate i groupie di un editore, poi quell’editore vi ricoprirà d’oro, fama e gloria. Non succederà. Mai. Vi piacciono i libri? Parlate di libri per amore di quello che c’è scritto dentro, non per brillare agli occhi di chi li pubblica: è la cosa migliore e più utile che potete fare.

E poi, insomma, comincio anche ad avere qualche dubbio sulla forma blog come one man show. In un universo comunicativo in cui la produzione e la condivisione di contenuti si sta sempre più spostando su spazi aggregati, la forma del blog come espressione monologica di un unico individuo che “ospita” gente a casa sua, intervenuta appositamente per sentirlo parlare e poi andarsene, mi pare che stia per arrivare sempre più in fretta ad un punto di esaurimento.

Questi motivi, e altri, mi hanno fatto riflettere molto, negli ultimi mesi. E la conclusione delle mie riflessioni è che H&C per adesso si prende un periodo di vacanza a tempo indeterminato. Ringrazio tutti quelli che mi hanno seguito e tutti quelli che, nel tempo, hanno voluto regalarmi le loro parole perché io potessi ospitarle qui sopra. Ma per ora questo blog si ritira nel Vermont a tagliare la legna (cit.).

E quindi? È tutto finito? Be’, per ora sì.

E no.

Perché comunque io senza scrivere mi annoio un sacco. E poi c’è almeno un progetto, di tutti quelli che H&C ha ospitato, che voglio continuare a portare avanti, ed è la Holden’s List sui 100 Grandi Romanzi Americani. Quel viaggio tra i più grandi capolavori più o meno noti della letteratura americana è probabilmente l’iniziativa – lo dico senza falsa modestia – più interessante e originale che io abbia mai avviato, e non ho proprio nessuna intenzione di lasciarlo cadere nel nulla dopo appena sei titoli. Ovviamente, dopo tutto quello che ho scritto prima, è chiaro che la Holden’s List non sarà più ospitata qui sopra. Semplicemente, trasloca. Non ho ancora ben deciso dove, mi piacerebbe farla su Medium per dare al progetto quella valenza aggregativa e social che secondo me è l’unico modo possibile, oggi, per uscire dal chiuso dei nostri blog e rivestire ciò che scriviamo di una funzione e di un respiro collettivi che i blog ormai dovrebbero aspirare tutti ad avere. Perché se il web è arrivato nel 2016, il modo in cui si fanno e si condividono i blog è rimasto fermo al 2006.

Ah, e comunque se volete potete seguirmi sul mio profilo fb, che uso per blaterare di tutto quello che mi viene in mente. Ma questo, vi avverto, lo fate a vostro rischio e pericolo 😉

Quindi, ancora una volta grazie a tutti. A chi mi ha letto, a chi mi ha insultato (soprattutto voi, ragazzi, siete stati fantastici), a chi mi ha condiviso, a chi ha scritto qui sopra. A tutti. Grazie davvero, per tutto il pesce.

Ci si vede da qualche altra parte!

L’Ohio? Più che uno Stato, uno State of Mind

di Giulia Cordelli

Il 27 ottobre 1977, il ventiduenne Billy Milligan viene arrestato dalla polizia di Columbus, Ohio, con l’accusa di aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse universitarie. Milligan si professa innocente, ma le prove contro di lui sono schiaccianti. Seguono perizia psichiatrica e processo, durante i quali emerge il fatto che Milligan soffre di un gravissimo disturbo dissociativo dell’identità. Nella sua mente convivono più di venti personalità. Alcuni degli alter ego che si manifestano al processo sono Arthur, un ragazzo di 22 anni, che legge e scrive l’arabo; Ragen, 23 anni, iugoslavo, un esperto di karate che parla serbo-croato; Christene, 3 anni, dislessica ma brava a scrivere e disegnare. Viene quindi emessa per la prima volta nella storia giudiziaria americana una sentenza di non colpevolezza per infermità mentale. Da piccolo Milligan aveva subito numerosi abusi da parte del patrigno, e in quei momenti creava delle personalità che potessero prendere il suo posto: questa, secondo Milligan, l’origine del disturbo. Una stanza piena di gente, il libro di Daniel Keyes che racconta la vicenda, ha un titolo che richiama alla mente tanti altri libri, tanta altra gente che convive con delle presenze difficili da sostenere. Gente che, guarda caso, abita tutta in Ohio.

prigionieri del paradisoIl primo a venire in mente quando si legge la vicenda di Milligan è il reverendo Jethro Furber di Prigionieri del paradiso di William H. Gass. È lui la colonna portante dell’intero romanzo, da lui scaturiscono i vortici di flusso di coscienza che stordiscono il lettore proiettando davanti ai suoi occhi le immagini cruente tratte dalla Bibbia che popolano la mente di questo prete represso e invidioso. Furber sarebbe potuto diventare il prete della gente ricca, avrebbe potuto predicare a Cleveland, a Cincinnati o a Columbus, e invece è stato sbattuto a Gilean, villaggio immaginario sul fiume Ohio abitato da poveri zoticoni, gente che è incapace di essere felice e che viene messa davanti a questa triste incapacità quando si trasferisce nel villaggio Omensetter, un uomo forte e felice, accompagnato da una potente fortuna. Omensetter è il contrario di Furber: il primo è privo di desiderio e affronta con semplicità l’esistenza cogliendone facilmente i frutti, il secondo, invece, è assediato da tutti i mille destini che potevano realizzarsi per lui e che si traducono, come accade al criminale Milligan, in visioni e voci:

Firmo la mia istanza, gridò, senza più nessun ritegno, con i miei trenta milioni di nomi. E sono solo in mezzo alle mie voci, queste voci che ruggiscono in me.

Tutte le possibilità mai realizzate provocano follia e paralisi, ma portano anche a dei dolorosi risvegli: Henry Pimber, altro personaggio chiave del romanzo, messo davanti alla completezza di Omensetter si risveglia, comprende l’incompletezza e l’aridità della sua esistenza e, ricordando tutta la vita in potenza che col tempo si è lasciato sfuggire, non regge il colpo. L’immaginaria Gilean non è molto lontana dalla reale Warren, cittadina in cui il padre di Gass, architetto mancato, dovette trasferirsi portandosi dietro la famiglia per svolgere dei lavori che non erano fatti per lui. Sono cittadine dei sogni infranti, delle occasioni mancate e dagli orizzonti che sembrano restringersi e soffocare, e non possono non ricordare un’altra cittadina dell’Ohio in cui la gente è perennemente bloccata davanti ad un bivio.

“Volevo scappare via da tutto, ma nello stesso tempo correvo anche verso qualcosa”: gli abitanti di Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson sono tutti dei gran sognatori e desiderano sempre qualcosa. Il problema di questa comunità è che nessuno riesce a capire i propri desideri e così, quando danno voce al loro inesprimibile bisogno, lo fanno in un modo che agli occhi degli altri risulta anormale o addirittura folle. Basta pensare alla donna che, dopo aver atteso per anni il suo amore, esce di casa nuda col solo desiderio di abbracciare il primo essere umano che passi per la strada, basta che sia solo come lei. Vengono in mente anche le folli corse in calesse della Signora Willard, madre di George, corse verso chissà che cosa. George Willard è il sognatore centrale di questo libro. Lavora come reporter al Winesburg Eagle, ma il suo vero sogno è diventare uno scrittore. Willard rappresenta il legame tra Winesburg e il resto del mondo, visto che diversi personaggi vedono in lui la sola possibilità di esprimersi, di trovare un interprete per le proprie vite e i propri desideri. Le vite degli abitanti di questa piccola comunità smascherano l’ipocrisia del tipico ritratto della piccola città come un posto caldo e accogliente, perché, quasi come fossero quelle dei colleghi dublinesi, mostrano tutto il loro bisogno di fuga. Una fuga che spesso fallisce, perché a Winesburg i tramonti sono così belli che accendono una profonda necessità di radicarsi e, oltrepassati certi confini, c’è l’incertezza di non trovare gli stessi colori. E la paura che i sogni crollino come affreschi sgretolati.

Altra cittadina dell’Ohio, altre fughe fallite. Stavolta la cittadina è reale e si chiama Knockemstiff. Donald Ray Pollock ci è cresciuto e ci ha lavorato e, anche se ci tiene a precisare che i suoi personaggi sono inventati e non ispirati a gente reale, è cresciuto respirando il puzzo di uova marce della cartiera di questa città impregnandosi della sua essenza, e vi ha ambientato la raccolta di racconti chiamata, appunto, Knockemstiff, e il suo unico romanzo, Le strade del male, i quali non sono certo una buona pubblicità. A Knockemstiff, detta anche “il Buco”, le attività si contano sulla punta delle dita di una mano: un bar, un benzinaio, un negozio, una chiesa e un campo da baseball. Eppure, il Buco ha il più alto tasso di disperazione di tutti gli Stati Uniti. Ci vivono rozzi zoticoni hillbilly che picchiano le mogli e i figli, e figli che crescono col solo desiderio di fuggire il più lontano possibile. Knockemstiff, però, si comporta come un buco nero, finendo per inghiottire tutto e tutti, così gli unici che tentano la fuga falliscono miseramente, mentre gli altri finiscono per diventare peggio dei loro padri, tramandando col sangue una maledizione più crudele della morte. Si sopravvive sniffando etere e facendosi di speed, e si cerca consolazione mangiando schifezze e mortificando il proprio corpo facendo sesso insignificante. Bizzarri predicatori e rozzi contadini lerci dalle abitudini animalesche, assassini seriali e pervertiti sessuali, tutti, a Knockemstiff, sembrano portare alla luce le macchie più profonde della natura umana. Non è un caso che uno dei personaggi chiave delle opere di Pollock si chiami Willard come George di Winesburg: anche in questa parte dell’Ohio si sogna e si spera, solo che qui i sogni infranti vengono spesso gettati in mezzo a sangue, ossa e cadaveri.

Si finisce così per avere di questo stato l’immagine di un posto popolato da gente che, pur sforzandosi tremendamente di essere felice, non riesce nemmeno a comprendere i propri desideri. A prescindere dall’epoca e dall’estrazione sociale, in Ohio vivono dei personaggi che lottano per mantenere viva la propria brama dell’indicibile e che finiscono così per consumare la propria vita. Non importa neanche se si vive sulle rive di un fiume o in una città fantasma appestata dal puzzo di uova marce: ovunque aleggia lo spettro del rimpianto e del rimorso. Invidia, bisogni non appagati, droghe: un romantico avvelenamento dell’anima che trova origine nella mancanza di coraggio di comprendere i propri desideri. Si ha l’impressione, quasi, che l’Ohio sia più uno stato mentale che un luogo reale, e che non ci abitino solo il represso reverendo Furber, il sognatore Willard, e gli ignoranti poveracci di Knockemstiff. Sembra quasi che è da lì che veniamo tutti quanti.

Il paradiso degli animali: ogni storia di perdita è una storia d’amore

di Manuela La Gamma

Durante la lettura de Il paradiso degli animali, la prima raccolta di racconti di David James Poissant, dall’inizio alla fine, avevo in testa una poesia di Elizabeth Bishop, Un’arte (nella traduzione di Marilena Renda):

L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.

Ho continuato a ripetermi questi versi, come se fossero una cantilena rassicurante, racconto dopo racconto, vita dopo vita. Ed è necessario ancorarsi, in qualche modo, mettersi una cintura di sicurezza, un salvagente o qualcosa di simile, perché le storie raccontate da Poissant non si fanno semplicemente leggere. Possiedono il lettore. Scavano dentro di lui, lasciandolo sull’orlo di un baratro, al fondo del quale c’è una delle paure più primitive, più difficili da razionalizzare e da spiegare: la paura di perdere chi amiamo. La paura che la nostra vita e le leggi che regolano la nostra routine quotidiana vengano sovvertite dai capricci di un Fato crudele e imprevedibile.

Si evita accuratamente di usare la parola “amore”, quasi fosse una dirty word, una parola sporca, più pornografica della scena di sesso più spinto. I racconti di Poissant sono invece, coraggiosamente, pieni d’amore: un amore lacerante, che ti dilania. Perché quello che hai perso è quello che hai amato, e ogni storia di perdita, per quanto devastante essa sia – anzi, proprio per quello – è una storia d’amore.

C’è un’altra cosa da sapere: Poissant è bravissimo a fregare il lettore. Prima di accorgersene, si diventa quella madre, quel padre, quel figlio, quella moglie, quell’amante. E, quando si cerca di fare un passo indietro, di distaccarsi dalla storia che si sta leggendo, è già troppo tardi: si è diventati quel padre che smonta e nasconde la culla vuota, dopo aver perso la figlia neonata, morta nel sonno. Quel marito che ha mandato sua moglie a quel paese, senza sapere che, poco tempo dopo, la macchina di lei sarebbe precipitata da un ponte, e non ci sarebbe stato tempo di fare pace. Quel padre che non accetta l’omosessualità del figlio, e, dopo un rocambolesco e codardo road trip, arriva troppo tardi, quando ormai non c’è più niente da fare. Non ci sono più parole che possano consolare e farsi perdonare. Resta solo l’immagine degli occhi di vetro di un codazzo di scoiattoli morti, clienti poco credibili di un fantastico paradiso degli animali creato da un padre incapace di proteggere suo figlio, fino alla fine.

C’è poi il racconto che mi ha letteralmente distrutto, Come aiutare tuo marito a morire. Dov’è il libretto delle istruzioni, quando la persona che ti sta accanto, con tutte le sue debolezze e imperfezioni, con tutte quelle sue piccole abitudini così irritanti che diventano improvvisamente imprescindibili, si prepara a morire?

Metti in pratica dei trucchi per non piangere. Quando un medico parla, incrocia le braccia. Sfrega il pollice sulla piega liscia dell’avambraccio. Immagina che la pelle sia un occhio, il tuo, e che lo stai massaggiando per respingere le lacrime. Quando i medici lasciano la stanza, premi i pollici sugli occhi e ispira. Prima che tuo marito possa chiederti qualcosa, di’ “sto bene”.

Lei, la moglie, è persa. Ha paura. Cerca di imparare a perdere un pezzettino di lui ogni giorno, come suggerisce la Bishop, preparandosi al vuoto e alla solitudine che verranno. E cerca, soprattutto, di vivere il momento, con lui, nel momento. Perché’, se il dolore è inevitabile, se l’arte di perdere è così difficile da imparare, l’amore è la colla che tiene tutti i pezzi insieme. L’amore è la forza che permette di non crollare, di non arrendersi, di dominare la paura. Di vivere, quello che si può, come si può.

Amalo, quest’uomo che ora ti implora di trovare qualcun altro e presto, che vuole soltanto la felicità per te.
Il grande mondo rotondo si ridurrà a un niente, e vedrai la verità nei suoi occhi, che la vita, che vivere, è più di quello che è successo prima. È tutto quello che hai ora, il sole e la sabbia, quei gabbiani in cielo e le nuvole bianche e il cielo azzurro, e non distogliere lo sguardo altrimenti sparirà. Il mondo esiste solo se tu lo guardi, finché tieni gli occhi aperti. Tieni gli occhi su di lui e lui non ti lascerà mai. Rimarrà se eviti di chiudere le palpebre.
E gli occhi ti faranno male, bruceranno dallo sforzo di tenerli aperti tutto quel tempo, e quando abbasserai le palpebre per un secondo, se ne sarà andato.

I Greci credevano nel potere catartico delle tragedie. Tutto quell’orrore depurava i loro sentimenti, li filtrava, rendendoli migliori. Anche Poissant ci riesce, in un certo senso, e, dopo l’ultima pagina, rimane impressa nella retina emotiva del lettore l’immagine di quel padre che, nel racconto Il rimborso, dorme per terra vicino al figlio, vittima di bullismo, perché quando si svegli non abbia paura. Perché, quando si svegli, la prima cosa che veda sia il sorriso calmo e rassicurante del padre.

Perché esiste qualcosa -comunque la si voglia chiamare, o definire – di più forte del dolore, della perdita, della morte stessa.

Soundtrack: alla playlist di NN io aggiungo Tears in Heaven di Eric Clapton.

il paradiso degli animaliDavid James Poissant
Il paradiso degli animali
traduzione di Gioia Guerzoni
NN Editore
2015, pp. 304, € 17,00

Da dove comincio? – La scomparsa

Mi capita piuttosto spesso che qualcuno mi chieda cose tipo “Non ho mai letto niente di [Autore a caso], secondo te da dove posso cominciare?”, oppure “Mi piacerebbe leggere qualcosa di bello ma bello davvero su [Argomento a caso], mica ti viene in mente qualcosa?”; da cui l’idea di questa rubrichina, con consigli arbitrari e impietosamente soggettivi su titoli adatti a iniziare la conoscenza di Qualcuno o Qualcosa.

Questa puntata l’ha curata Enrico Macioci, che ha pensato di dedicarla ai romanzi che parlano di gente che sparisce. Quindi lo ringrazio e lascio a lui la parola.

Percy Bysshe Shelley sosteneva che l’incesto è la più poetica delle circostanze; forse la scomparsa è la più romanzesca.

Una persona che scompare apre un buco da cui s’intravede la tenebra e spirano gelidi venti. Di lì comincia un mistero; le soluzioni sono pressappoco fisse – omicidio, suicidio, incidente, fuga volontaria, rapimento – eppure finché il mistero non sarà svelato ci avvince, ci appassiona e ci angoscia. Credo dipenda da due fattori:

1) la scomparsa è un evento traumatico, quasi mai previsto né prevedibile; un giorno la persona c’è, il giorno dopo non c’è più;

2) la scomparsa in una certa maniera ci riguarda da vicino; sentiamo che potrebbe accadere a noi, e non solo nel senso che qualcuno potrebbe fare del male a noi o ai nostri cari ma nell’altro senso, ben più inquietante, che prima o dopo potremmo trovarci a desiderare di sparire – con tutto quel che una simile tentazione comporta. Del resto la vita è un susseguirsi di doveri, scocciature, guai, tragedie; vivere è arduo e la fuga una soluzione sullo sfondo.

La letteratura si è sempre più o meno occupata dell’evento/scomparsa, ma mi sembra che negli ultimi decenni e specie negli ultimi anni l’interesse sia in aumento. Naturalmente posso sbagliarmi, non pretendo di monitorare le tendenze narrative a livello planetario; ma la sensazione resta. Se ci fate caso, in tv si parla moltissimo di persone scomparse; due fra i programmi più seguiti – Chi l’ha visto e Quarto grado – fondano il proprio successo sulla scomparsa. I mortiferi talk show pomeridiani organizzano intorno agli scomparsi grottesche tavole rotonde; psicologi, criminologi, giornalisti e opinionisti si accalcano famelici addosso a un fantasma.

Una simile tendenza “estetica”, al netto delle squallide derive, rispecchia il nostro tempo. Siamo smarriti, privi di riferimenti, desiderosi di venire distratti, rassicurati e terrorizzati. Una persona che scompare preme tutti i tasti: ci incuriosisce, traumatizza e narcotizza. Parla di noi fingendo di non parlarne; parla alla nostra parte annoiata e/o spaventata. E quando il mistero si scioglierà (se si scioglierà) il nostro interesse si sgonfierà come un vecchio palloncino, perché la soluzione non si rivelerà mai all’altezza delle aspettative suscitate, delle fantasie accese, dei terrori risvegliati. Non che il male sia banale; spesso è banale la lettura che ne facciamo. Ma, poiché il discorso sarebbe lungo, passiamo dalla lettura del male a quella dei libri.

Ricordando che il tema della scomparsa si declina in infiniti modi – l’assassinio, il suicidio, l’addio, il viaggio sono tutte scomparse – vi consiglio tre romanzi che sfidano il tema col necessario rigore.

amabili restiIl primo è Amabili resti di Alice Sebold (edizioni E/O). Inizia così: “Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973.” A quest’incipit feroce seguono poche pagine in cui la ragazzina racconta con disarmante leggerezza come il vicino di casa, l’insospettabile serial killer George Harvey, l’abbia attirata in un tranello, stuprata, fatta a pezzi e messa in un baule (a eccezione di pochi brandelli rimasti in un campo). Dopo di che Susan ascende a un personale Cielo, una sorta di Paradiso o Limbo, e da lassù narra le vicende successive alla scomparsa: la disperazione della madre, che finirà per intrecciare una relazione col detective che si occupa del caso, la rabbia del padre (l’unico a sospettare, non creduto, di Harvey), il coraggio e la freschezza della sorella minore Lindsey, la soprannaturale empatia di Ruth, ex compagna di scuola che sente aleggiare lo spirito di Susan; e così via. La forza di questo strano romanzo è difficile da spiegare, poiché esso riesce a dire l’indicibile con una grazia ardente e poetica. Suppongo c’entri parecchio la scelta di dar voce a una quattordicenne; l’adolescenza, anche nella morte, mantiene intatti il proprio fascino e il proprio fuoco, sembra suggerirci l’autrice. E il suo libro, ancorché disperato, non dispera.

ricordami cosìIl secondo libro che vi consiglio è Ricordami così (Einaudi Stile Libero) di Bret Anthony Johnston. Qui la prospettiva si ribalta perché Justin, sparito a undici anni, ricompare a quindici. Sano, in apparenza. Nella sostanza cambiato, e tragicamente. Anche lui ha subìto abusi, e anche lui da un uomo che abita non lontano (il mostro della porta accanto è figura attualissima, immortale); ma qui il non detto supera di gran lunga il detto. I genitori, il fratello minore e il nonno di Justin non sanno nulla dei suoi quattro anni di prigionia; l’unica a sapere è la psicologa con cui Justin affronta una terapia, ma ella non può riferire ai genitori le confidenze di Justin, e non le riferisce nemmeno a noi. Così la famiglia si ritrova in casa un mezzo estraneo, un enigma da decifrare, una bomba a orologeria: scoppierà prima il ragazzo, travolto dalla malvagità, o padre e madre, incapaci di rapportarsi al drammatico cambiamento? Ricordami così è un’opera di notevole sottigliezza psicologica, che riesce a tenere oltre quattrocento pagine su un filo teso. Pochi fatti, molti pensieri: un’operazione a cuore aperto, una chirurgia su di un corpo devastato, ma forse ancora in grado di sopravvivere.

scomparsaIl mio terzo consiglio si rivela eloquente fin dal titolo: Scomparsa di Tim Johnston (Neri Pozza, nessuna parentela dell’autore con Bret Anthony Johnston). È un libro bizzarro, asimmetrico, poco organico ma animato, a tratti, da una forza unica. Caitlin, diciotto anni, viene rapita da un balordo lungo una strada di montagna; il balordo scaraventa il fratello minore Sean in un dirupo e porta la ragazza con sé in una baita sperduta, dove la terrà incatenata e la sottoporrà a torture psicologiche e sessuali. Anche qui la morbosità è assente ma non la durezza, specie nel finale mozzafiato. Meno scavo psicologico e più azione, che talvolta assume sembianze da fiaba nera. Il paesaggio fatto di cime, nebbia, neve e boschi crea un’atmosfera magica, più cruda che crudele. Dei tre è forse il romanzo meno acuto ma avanza per scosse telluriche; si quieta, poi d’improvviso accelera e stordisce. E anch’esso non dispera, guardando in faccia il Male per ciò che è: una spaventosa, indecifrabile ambiguità, una Presenza costante e in perenne agguato.

Prima di lasciarvi nomino altri due romanzi recenti che parlano di scomparse, sebbene in modo più obliquo. Le sparizioni di Scott Heim (l’autore del magnifico Mysterious Skin), è un thriller psicologico di rilievo; Colorado Kid di Stephen King ribalta invece l’intera questione, concentrandosi non su chi è scomparso ma su come abbia fatto, luoghi e orari alla mano, a scomparire.

Ah, dimenticavo l’ultima cosa; se per caso doveste sparire, lasciate almeno i vostri libri a disposizione.

Erskine Caldwell e il Ciclo del Sud

di Giulia Cordelli

Erskine Preston Caldwell: autore del meraviglioso Ciclo del Sud, cantore delle meridionali disgrazie umane, autore di una ventina di romanzi, di diverse raccolte di racconti e di saggi, autobiografie, sceneggiature, storie per bambini e appunti di viaggio. Eppure, ne sono convinta, quando lo sentirete nominare sarà quasi sempre in relazione a Faulkner, un altro gigante della letteratura del Sud degli Stati Uniti. Oppure a Sherwood Anderson, o a Flannery O’Connor, o a Steinbeck. E quasi sempre per sottrazione. “È come Steinbeck, ma non ha il suo epos”, ad esempio. Oppure: “È come Faulkner, ma il suo è uno stile meno ricco”. Come se da solo non fosse mai riuscito a meritarsi, con i suoi magnifici libri, un posto di primo piano nella hall of fame degli autori del Sud più significativi.

Caldwell è un autore che in Italia non ha mai attecchito. Inspiegabilmente, a mio avviso, perché sono sicura che i suoi romanzi abbiano tutte le carte in regola per diventare dei classici da leggere da adolescenti. Perché è sporco. E lo è come se non potesse essere altrimenti, senza finzioni o artifici. Se avessi avuto la fortuna di conoscerlo quindici anni fa, di sicuro avrebbe spodestato Chinaski e Bandini e sarebbe stato lui quello da nascondere sotto il banco durante le ore di lezione a scuola. Per fortuna negli ultimi anni Fazi ha riportato alla luce i tre romanzi del Ciclo del Sud (tutti tradotti da Luca Briasco): La via del tabacco, Il piccolo campo e Fermento di luglio. Il Ciclo del Sud rappresenta un buon punto di partenza per chi non conosce Caldwell, perché contiene un variegato inventario di temi, immagini e personaggi caratteristici del suo universo letterario. Eccone alcuni.

1. White trash: i bianchi volti della disperazione

la via del tabaccoLa via del tabacco, il primo romanzo del Ciclo del Sud, si apre su un’aia, con una scena da documentario sugli animali della savana che va avanti per cinquanta pagine. La famiglia Lester si contende con Lov, il marito di una delle figlie, un misero sacco di rape. La scena è davvero tremenda: tutti si studiano e si muovono con circospezione per riuscire ad avvicinarsi alla preda. Sin dalla prima pagina, Caldwell ci presenta la sua umanità: uomini disperati che non hanno più niente, contadini che non hanno seme né concime né terra. Gente disumana che ucciderebbe per un sacco di rape.

Caldwell è nato in Georgia, nella contea di Coweta, e i soggetti che predilige per i suoi romanzi sono i bianchi poveri e disperati della Georgia. Sono i contadini lasciati al loro destino di bestie senza speranza che arrivano a fare di tutto pur di sopravvivere, come vendere la propria figlia in matrimonio o smettere di sfamare il membro più anziano della famiglia per avere più cibo per sé. Per Caldwell la disperazione non è un posto dal quale si può fare ritorno, bensì un destino che non si può riscattare. Per questo nelle sue opere non c’è mai redenzione e i suoi personaggi sono delle caricature bestiali che si comportano assecondando i propri istinti animaleschi.

Ad avvicinarsi moltissimo alla natura animalesca dell’essere umano sono le donne. Ne Il piccolo campo, le donne di casa Walden riescono a stento a tenere a freno il proprio istinto sessuale e si gettano facilmente tra le braccia di chiunque. La povera figlia sfigurata dal labbro leporino de La via del tabacco è descritta come una cagna in calore sempre alla ricerca della soddisfazione della propria illimitata lussuria. In Fermento di luglio la lascivia di Katy Barlow avrà un ruolo cruciale nel linciaggio di un innocente ragazzo di colore. Che siano peccatrici destinate alla dannazione o bellissime creature che tentano l’uomo facendolo cadere nel peccato, le donne di Caldwell sono tutte degli esseri poco assennati che non si distinguono dalle bestie.

Ma nemmeno gli uomini si salvano, visto che rientrano sempre nella categoria dell’Inetto. Jeeter Lester de La via del tabacco è un procrastinatore seriale che rimanda di anno in anno la semina dei suoi campi; Tay Tay de Il piccolo campo rovina la sua terra scavando ogni giorno nuove buche alla ricerca di un filone d’oro che potrebbe finalmente cambiargli la vita; lo sceriffo McCurtain de Il fermento di luglio è un incompetente che fugge davanti agli ostacoli per non farsi coinvolgere, dando inizio ad una delle catene di eventi più sanguinarie di tutto il Ciclo del Sud.

Altra tipologia appartenente alla galleria dei tipi disumani di Caldwell è quella che dovrebbe rappresentare l’istinto religioso, ma che finisce per mettere in ridicolo i ministri di culto: il predicatore. Caldwell era figlio di un predicatore errante e, leggendo i suoi romanzi, si capisce molto bene cosa egli ne pensasse. È raro non trovare in uno a caso dei romanzi di Caldwell un predicatore corrotto o peccatore, lontano anni luce dai valori non dico della cristianità, ma persino del comune buonsenso. È gente pronta a vendersi per niente: ne La via del tabacco la predicatrice è una mostruosa prostituta senza naso che non si fa scrupoli a sperperare i soldi dell’assicurazione del marito morto per sposare un ragazzino.

Eppure questa è gente che subisce, secondo Caldwell, un destino immodificabile. I colpevoli sono altri e, come al solito, si trovano più in alto.

2. La critica sociale: i veri proprietari del destino umano

il piccolo campoCaldwell è stato prima di tutto un acuto osservatore delle ingiustizie sociali. Sono diversi i reportage di viaggio nei quali ha denunciato il razzismo e la povertà dilaganti nel suo Sud, riuscendo a trasformare questi dati reali in materiale narrativo. Nel Ciclo del Sud affronta tre delle questioni sociali che gli stavano più a cuore.

Jeeter Lester de La via del tabacco è un contadino che ha la terra nelle vene e che al solo sentirne il profumo muore dal desiderio di poterla coltivare. È vero, lui è l’Inetto, un uomo che non riesce ad approfittare delle occasioni che gli si presentano, ma quello che Caldwell vuole dirci è che la sua situazione di rinuncia e di abbandono è il risultato di un processo di impoverimento provocato da altri, dai signorotti della contea che hanno deciso di spartirsi i soldi tra loro smettendo di fare credito ai mezzadri, corrompendo il sistema di equa ripartizione dei soldi.

Ne Il piccolo campo Caldwell affronta uno dei suoi temi preferiti: il contrasto tra campagna e città. Anche se non è proprio corretto parlare di contrasto, in fondo si muore di fame ovunque. In questo romanzo Caldwell racconta le lotte sindacali degli operai tessili, tra i quali c’è Will, un personaggio il cui sogno socialista vede, in un prossimo futuro, gli operai stessi incaricati di gestire i cicli di produzione. Inutile dire che fine farà: come ormai avrete capito, nel mondo di Caldwell la giustizia e la salvezza non esistono.

Il romanzo più crudo del Ciclo del Sud però è Fermento di luglio, dove Caldwell racconta il dramma di un linciaggio. Negli Stati Uniti, tra la fine del diciannovesimo e la metà del ventesimo secolo furono eseguiti circa cinquemila linciaggi; nel suo romanzo Caldwell sceglie di raccontarne uno di un ragazzo di colore, indugiando anche nel racconto di vicende razziste sanguinarie di contorno per riportare la tragica situazione della gente di colore del Sud. Il lettore assiste ad una cronaca di una morte annunciata e si indigna dinanzi all’inettitudine del rappresentante della legge: uno sceriffo che, pur di non essere invischiato in vicende che potrebbero compromettere la propria rielezione, fa di tutto per restarne fuori e si preoccupa soltanto che il linciaggio avvenga in maniera “pulita”. Gli uomini sono abbandonati ad uno stato di natura selvaggio perché chi dovrebbe sorvegliare la situazione e garantire la sicurezza di tutti se ne lava beatamente le mani. La salvezza è impossibile proprio perché non si può scegliere o cambiare il proprio destino.

3. Show and tell: pornografia, cinema o stile?

fermento di luglioCaldwell subì diversi processi per alcuni dei suoi libri. Il piccolo campo divenne molto famoso proprio a causa di un processo: i giudici trovarono inaccettabili le scene di nudo e di sesso e ne vietarono la diffusione. La sentenza venne addirittura utilizzata in seguito in altri processi per definire cosa fosse pornografia e cosa no. La vicenda si concluse con uno sciopero di diversi colleghi di Caldwell, che si rifiutarono di scrivere finché il romanzo non venne di nuovo pubblicato.

Da sempre, Caldwell è stato accusato di essere sempre troppo esplicito, di utilizzare un realismo eccessivo. Il suo stile, in effetti, è sempre molto diretto e senza fronzoli. Mostra e racconta, in ogni circostanza: sia che si tratti di un tranquillo scambio di battute tra due personaggi, sia che si tratti di una scena in cui un gruppo di uomini bianchi getta dell’acido addosso ad una ragazza di colore. Caldwell lavorò anche per il cinema, ma non si può dire che il suo stile sia stato influenzato da questa esperienza: piuttosto il contrario, se pensiamo che questo realismo crudo ed estremamente diretto e senza filtri è la sua naturale cifra stilistica.

Il Ciclo del Sud è un buon punto di partenza per avvicinarsi a Erskine Caldwell anche perché mostra i diversi lati della sua penna. Ne La via del tabacco prevale il grottesco sfumato con tinte di umorismo tragico. Ne Il piccolo campo il realismo cresce e i personaggi subiscono una sorta di umanizzazione. In Fermento di luglio, infine, Caldwell si abbandona al realismo più diretto, lasciando da parte il cinismo ed il grottesco per fare spazio semplicemente alla realtà così com’è. In tutti e tre i romanzi è presente l’umorismo tragico tipico dell’autore, ma si avverte quasi un’evoluzione da una realtà grottesca che somiglia ad una favola dell’orrore, ad una realtà nuda e cruda che lascia poco spazio al riso. In ogni caso, gli effetti provocati ogni volta dalla lettura di Caldwell sono ancor più forti di un cazzotto nello stomaco. Anche se, come dicono, non ha l’epos di Steinbeck, Caldwell riesce a far somigliare la sua narrazione ad una parabola facendo appello al sangue e alla terra, a quel qualcosa di impalpabile che rende uomini gli uomini.

Non l’ho mai nominato e non gliel’ho mai accostato, ma ora prendo in prestito le parole che Faulkner riservò a La via del tabacco, che si possono tranquillamente adattare a tanti altri libri di Caldwell:

[La via del tabacco] È quanto un uomo, qualsiasi uomo, dovrebbe chiedere alla vita di leggere. Non ha bisogno d’altro.

The Quoted American #43: David Foster Wallace – La deresponsabilizzazione del piacere personale

Citazioni da autori americani per contrastare il monopolio aforistico-poetico di Oscar Wilde e Alda Merini e sfoggiare multiforme sapienza agli apericena.

E la stragrande maggioranza delle chiacchiere che origlio sono passeggeri che spiegano ad altri passeggeri perché hanno deciso di prenotare la crociera 7NC. È proprio l’argomento di conversazione universale, qui, come le chiacchiere nella sala ricreazione di un centro di igiene mentale: «E tu, come mai sei qui?» E la cosa sorprendente che ricorre in tutte le risposte è che non c’è nemmeno uno che ammetta di fare una crociera extra-lusso 7NC semplicemente perché voleva fare una crociera extra-lusso 7NC. E non c’è uno che accenni, che so, al fatto che viaggiare amplia le proprie esperienze, o a un folle desiderio di para-navigazione.

E nessuno dice una parola sul sogno-barra-promessa della Celebrity di viziarci fino a uno stato uterino di nullafacenza – infatti la parola viziare, pur onnipresente nella brochure della Celebrity 7NC, non si è manifestata al mio origliare neanche una volta. La parola che viene pronunciata più volte nelle conversazioni giustificatorie è: relax. Ognuno definisce la settimana che sta per iniziare o come un premio meritato e troppe volte rimandato oppure come un tentativo disperato di preservare se stessi e la propria salute da un inconcepibile esaurimento nervoso, o entrambe le cose24.

_________________________________________________________________________

[24] Sono abbastanza sicuro di sapere da cosa deriva questa sindrome e che relazione ha con la seducente promessa della brochure di una totale soddisfazione dei propri desideri. Quel che è in gioco qui, secondo me, è il sottile pudore universale che accompagna la soddisfazione dei propri desideri, il bisogno di spiegare praticamente a chiunque che la soddisfazione dei propri desideri non è in realtà soddisfazione dei propri desideri. Tipo: io non vado a farmi un massaggio, ci vado perché questo vecchio dolore alla schiena che mi sono procurato facendo sport mi sta ammazzando e allora mi obbliga a fare i massaggi; oppure, non è che voglio una sigaretta, io ho bisogno di una sigaretta.

[David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, minimum fax, 2010]

The Quoted American #42: Wendell Berry – La logica della violenza che perpetua la guerra

Citazioni da autori americani per contrastare il monopolio aforistico-poetico di Oscar Wilde e Alda Merini e sfoggiare multiforme sapienza agli apericena.

Lunedì mattina, il 6 agosto, il Presidente ha annunciato il lancio di una bomba atomica su Hiroshima. Mat era al lavoro nell’orto ed è entrato in casa con un secchio di pomodori proprio mentre la radio dava l’annuncio. Così resta ad ascoltare insieme a Margaret, Hannah e Nettie buona parte della storia raccontata dalla voce impostata dello speaker che espone i nudi fatti, piazza la notizia al centro della stanza e l’abbandona là senza spiegazioni o commenti. O perlomeno, nel silenzio che si leva una volta spenta la radio, ogni spiegazione fornita appare travolta dall’evento stesso. […] Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto.

[Wendell Berry, Un posto al mondo, traduzione di Vincenzo Perna, Lindau, 2015, pp. 350-352]